MICHAŁ KARNOWSKI „TUTTI SIAMO DI QUI. PURTROPPO”

TUTTI SIAMO DI QUI. PURTROPPO.

Michał Karnowski
Il sostituto del caporedattore di „Dziennik”

La cosa più bella sarebbe poter dire che questi anni non ci siano mai stati. Poter dire, continuando un’idea perversa di Jarosław Marek Rymkiewicz, (usata solo una volta nel riferimento a PRL), che queste date e questi cinquant’anni, infatti, non abbiano avuto luogo. Che si è trattato solo di un grande vuoto nella storia della Polonia. E noi tutti, in quanto nazione, paese e società, abbiamo preso un filo perduto della II Repubblica Polacca e continuiamo a intrecciarlo. Sembra un’idea abbastanza seducente, quella che, d’altronde, appare sul serio nella vita pubblica, subito dopo il 1989, manifestandosi in diverse idee di riattivazione dei vecchi partiti e movimenti politici. Manifestandosi finalmente nelle tentazioni di chiudere con il passato comunista, ammettendo il suo patrimonio come inesistente. Devo dire che per un certo periodo quest’idea mi ha affascinato. Ti permette di sentire il respiro della potenza di un tempo e la voce di Tadeusz Gajcy che durante una notte di occupazione scriveva nel suo poema “Ai discendenti”:

“La città, da dove vi scrivo, è oscura
anche se di solito il sole ne illumina le mura
segnate dal sangue versato invano”.

La prima volta che ho letto questo poema, subito dopo la caduta del comunismo, ero ancora adolescente. Mi ricordo che allora mi è venuta in mente un’idea audace: eccomi, sono io il discendente, io il destinatario. Allora, prendiamo questo filo staccato ed ecco la Polonia indipendente che si rialza dalle ceneri. Prima bisogna punire e poi dimenticare.

Più a lungo la Polonia è libera, più cose possiamo raccontare, tanto più diventa evidente che non è affatto facile. Che non apparteniamo alla II Repubblica Polacca. Vediamo, per lo più, che un tale approccio al problema, anche se comodo, ci mutila invece di sanare. E evitando tutto ciò che ci creava, ciò che abbiamo vinto e perso, ci rende incapaci di far fronte alle sfide future. D’altronde non è vero. Volendo stabilire le origini attuali della Polonia e dei polacchi bisogna vedere più da vicino il periodo tra il 1939 il 1989. In questo periodo sono nate le emozioni sociali, i diritti che hanno guidato la politica polacca contemporanea; da quel periodo deriva la costruzione della nostra coscienza comune. Infine, in quel periodo sono nati gli eroi della nostra commune immaginazione, i nostri traumi ed orgoglio, la nostra lingua e la memoria storica. Tutto ciò è talmente forte che non elimina le componenti precedenti dell’identità nazionale, precedenti alla guerra, ma li copre con i nuovi. Oggi è difficile immaginarsi che cosa nei prossimi decenni potrebbe indebolire questa esperienza.
Appartengo, probabilmente, all’ultima generazione che ha provato ancora (anche se dalla prospettiva di un bambino) che cosa significa vivere nella grande ombra degli anni della Seconda Guerra Mondiale. Così come negli Stati Uniti, il più importante alla tavola familiare era sempre colui che si ricordava ancora la Grande Crisi degli anni 30, così in Polonia lo era colui che aveva sopravvissuto la guerra. Questo era un racconto ricorrente nella mia casa, e da quanto ne so, anche in molte altre case. In quelle storie non si raccontava nè dell’avventura, nè della storia e nemmeno dell’eroismo nazionale. Solo con il passare di tempo mi sono reso conto che si trattava di una spiegazione elemantare della situazione. Si trattava di risposte a domande del tipo dove siamo e perché, da dove provengono tutti i nostri limiti, da dove proviene questa sensazione orribile della vita nell’epoca talmente strana, come lo era PRL. Il mondo si divideva in due periodi, prima e dopo la guerra, separati dall’incubo dell’occupazione. Il primo era normale, una volta migliore, un’altra peggiore, però, con i diritti delineati dalla saggezza elementare. Il secondo, era oscuro dalla sua stranezza, incomprensibile ed estraneo. Per capirlo, ancora negli anni Ottanta, bisogna tornare indietro fino all’anno 1939, e per vivere in qualche modo, bisognava ricordare in continuo che tutto ciò intorno erano i risultati di una grande catastrofe e che forse un giorno sarebbero spariti.

Della mia casa mi è rimasta in mente una scena: con mio fratello abbiamo appeso su una parete una piantina della II Repubblica Polacca, antecedente la guerra, con la divisione in voivodati, comprata da un antiquariato. Mia nonna Felicja Piątkowska, di casa Rogowska, si è fermata orgogliosamente davanti alla piantina e con un dito ha toccato il Nord della Polonia. „Proprio qui vicino a Grodno ho cominciato di lavorare come insegnante”. Poi dopo ha spostato un dito, indicando Stanisławów, dove ha trovato il suo secondo lavoro. In seguito ha mostrato la città di Łomża, dove il 31 Luglio del 1939 si è sposata. Cosa ne è stato dopo? – chiedevamo. Ha riposto: „Dopo è scoppiata la guerra. Poi c’era la PRL. Bisognava vivere …”. Bisogna aggiungere ancora, che dopo era la casa sui territori riannessi, sul territorio di Warmia nuovamente polacca.

Ancora durante il periodo comunista la nonna era insegnante, così come il nonno. Allo stesso modo, molte altre persone svolgevano questa professione, cercando di trasferire tutto ciò, che attraverso i tempi difficili e complicati, vedevano come il nucleo storico del mondo polacco. I nonni cercavano di formare i loro allievi in modo tale che avessero, almeno un po’, l’idea di questa II Repubblica Polacca bella, libera e indipendente, e non, invece, come si aspettava il paese – dal PRL. È stata la loro battaglia. È stata vinta? Sicuramente portata avanti con il sacrificio. Sicuramente ha prodotto dei risultati. Però, in generale, la battaglia è stata persa. Quella Polonia non c’è e non ci sarà mai più. Tuttavia, hanno perso anche i comunisti. Alla fine del 1989 un cittadino di PRL era diverso da quello sognato dai leader comunista. In gran parte il merito era diverso da quel sognato dai leader comunista. Abbastanza significativo era il merito di disprezzo della natura umana da parte del sistema comunista e del tentativo dell’applicazione dell’ideologia malata e inefficace.

Sul risultato finale influivano molti fattori diversi. Dopo il primo periodo di lotta per la sopravvivenza biologica, dal 1944 al 1956, è cominciata la lotta per l’estensione dell’autonomia. Il regime si è raddolcito e ha cominciato a procedere con dei tentativi di calmare la società, interrotti, per qualche anno, da brutali repressioni. La maggior parte di coloro che avevano sopravvissuto alla guerra, si erano presi l’incarico di allargare il campo dell’autonomia. Come esempio possiamo rifarci alla figura di Kazimierz Moczarski, sopravvissuto miracolosamente, la cui biografia pubblicata ultimamente da Anna Machcewicz, ce lo racconta abbastanza bene. Bisogna dire che ne è rimasto molto. Il patrimonio culturale elaborato durante l’epoca del PRL mira a una valutazione positiva, tuttavia, con due osservazioni. In primo luogo la maggior parte di ciò che è prezioso, si è creato accanto oppure come antitesi alla politica principale dello stato. In secondo luogo, però, la valutazione positiva non riguarda il patrimonio materiale, perché dall’architettura fino all’ornamento degli oggetti di uso quotidiano, il risultato è stato quello di una grande catastrofe, a parte piccole eccezioni. E così vorrei vedere la storia del PRL, come un racconto sulla creazione malgrado tutto, sull’agire contro le autorità oppure accanto a loro, sullo sfruttamento di ogni spazio della libertà per la creazione e la libera creazione. Perchè solo in questa ottica il racconto è un racconto di successo. Per lo più ciò non disprezza lo sforzo umano durante PRL, ma molti lo pensano così. Sfugge, però, dalla menzogna che tutto era più o meno normale, quando, invece, la realtà era diversa. In tutta la storia polacca non c’è stato un’altro periodo così lungo, in cui si sprecava così tanto l’energia sociale, in cui lo sforzo comune era talmente mal organizzato e in certi momenti, anche, assolutamente privo di senso. Queste due idee, la creazione malgrado tutto e lo spreco degli sforzi dal sistema assurdo, devono integrarsi per un’immagine completa e globale dell’esperienza di PRL.

Ovviamente rimane ancora lo strato politico, che merita la nostra attenzione: Giugno e Ottobre del ’56, Marzo del ’68, Dicembre del ’70, Giugno del ’76 e Agosto del ’80. E il punto cruciale di questi avvenimenti sono le elezioni del 4 Giugno 1989. Quest’ultima data la considero molto importante, anche se non tanto quanto tutte le altre menzionate di sopra. Malgrado le emozioni di allora, era piuttosto una cornice che chiudeva il periodo iniziato nel 1989, il periodo di prigionia ovvero di questa specifica metaprigionia-metalibertà del comunismo. Il momento di quelle elezioni, con il passare di tempo, lo vedo proprio come la chiusura di una triste epoca, e non l’inizio di un’altra nuova. Solo dopo anni ci sono state le vere future, coscienti e pienamente libere elezioni per qualcosa, e non solo contro qualcosa.
Più lungo proviamo la libertà, ancora di più ho la sensazione che ci aspetta una seria conversazione riguardante ciò, che prendiamo da questo periodo. Non prendere niente – non possiamo. Volendo prendere tutto, ci condanneremo all’ibride postcomunista. È necessaria la scelta cosciente così come un buon bilancio del periodo di PRL.
Un po’ diversa – e parliamo della creazione del nuovo passe – è la situazione con la Seconda Guerra Mondiale. Per i motivi da noi indipendenti, come la rinascita del nazionalismo in Russia, il cambiamento delle generazioni in Germania e la diversa ottica,, anche se non ancora riconosciuta, di vedere la responsabilità tedesca per il nazismo, non ci abbiamo la possibilità di manovra. In questa sfera il compito sembra facile: il ricordo delle verità fondamentali, la creazione della politica storica intesa come il piantarsi con il proprio vero messaggio nella circolazione mondiale, la lotta contro qualsiasi tentativi di relativizzazione della relazione boia – vittime, in cui i Polacchi, quasi sempre, sono stati i secondi.

In quest’opera abbiamo molti amici. È stato pubblicato ultimamente il libro di Norman Davis “Non è così semplice la vittoria” (“No so simple victory”) che ricorda, perfettamente, che in questa guerra niente è stato facile, soprattutto per i paesi della nostra regione, come in quegli anni lo voleva vedere Occidente – nè la vittoria degli alleati, né la fine. Con preoccupazione confrontavo le due versioni linguistiche, quella polacca e quella inglese, verificando se questa verità fosse arrivara anche ai lettori dell’Occidente. Per fortuna sì.

Adesso anche da soli sappiamo lottare per la nostra verità, meglio di 20 o 10 anni fa. I complessi polacchi spariscono, la presunta tossicità polacca si rivela non talmente grande quanto ce la attribuiva la propaganda comunista oppure le specifiche, di solito traumatiche, esperienze degli emigranti al mondo migliore. Anche la parola crisi da noi ha lo stesso significato che ha in Germania o in Francia. Dall’altro lato, però, lo spostamento radicale delle frontiere in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, i 50 anni del malato sistema comunista, conservando in un modo specifico alcuni impulsi sociali e storcendone altri, ha lasciato le tracce e le cicatrici. Dalla prospettiva di 20 anni di libertà sappiamo quanto erano profonde, quanto abbiamo perso e quanto dobbiamo ancora recuperare. Più siamo in Europa, meno abbiamo la sensazione di aver vinto la Seconda Guerra Mondiale, ancora di meno ridiamo dall’allegra baracca del PRL. Gli anni 39-89 ci sono stati davvero, non sono stati un vuoto nella nostra storia. Già lo sappiamo, e questo non potrà cambiare. Il colore con cui dipingeremo questi tempi sarà sempre più nero.

Questo testo è uno dei quattro saggi ispirati al 70° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale e al 20° anniversario del ripristino dalla Polonia della libertà e la caduta del comunismo. Queste celebrazioni accompagneranno la III edizione di Simfonia di M.H.Górecki, nel formato di Blu-ray, pubblicata dal Centro Nazionale di Cultura.

organisers:
Ministerstwo Kultury i Dziedzictwa NarodowegoNarodowe Centrum Kultury